Natale ad alta quota

Pietro Garanzini, autore di "L'assassino del lago" (Newton Compton, 2018), ci racconta che cos'è per lui il Natale e la sua più grande passione: la montagna.

 

A fine ottobre del 2003 la prima neve aveva già sporcato i prati. Ero atterrato all’aeroporto di Malpensa, in una sera nebbiosa, di ritorno dalla California. Per strada pioveva e quando sbucai in cima ai tornanti di casa, cadeva una neve leggera. Il proverbio dice che quando nevica sulla foglia, l’inverno non ha voglia ma pochi giorni dopo, il 2 novembre, giorno del mio compleanno, nel prato dietro casa c’era mezzo metro di neve, raddoppiato il giorno seguente.

Come tutte le volte, quando la neve arriva presto, gli scialpinisti non perdono l’occasione per le prime sgambate, in un’eterna gara.

Alcune gite, però, sono tutto tranne che invernali, bisogna aspettare che la neve si assesti e ci vuole il caldo dei raggi primaverili oppure lunghi periodi senza precipitazioni.

Da quando abito in valle, il Natale è un pretesto per passare del tempo con i miei parenti di Novara che vedo pochissimo. La cena del 24, così come il pranzo del 25 non li vivo più ormai come il festeggiamento di un evento, ma come un ritrovo familiare. Ogni volta pare che non siano passati dodici mesi e così tanti anni, ma qualcuno non c’è più e il vuoto lasciato a tavola rimane, segno del tempo che passa.

Il 24 dicembre, prima di scendere a Novara, faccio sempre qualcosa per me, in genere legato alla montagna.

E la vigilia di questo famoso 2003, dopo la nevicata di cui vi ho parlato, il tempo era rimasto bello per un lungo periodo.

Quel giorno non c’era nessuno o forse i ricordi non mi aiutano e volevo semplicemente starmene da solo. Raggiunsi Riale con la macchina in tarda mattinata, parcheggiai e mi preparai per partire con gli sci.

Senza nessun programma, cominciai a salire nei pressi della strada battuta dal gatto delle nevi, tagliando ovunque fosse possibile, per non annoiarmi. Era uno di quei giorni in cui senti che le gambe girano e hai voglia di farle andare. In poco tempo arrivai al bivio e mi diressi verso la diga in disuso del lago Kastel.

Non c’era anima viva e sembrava di stare in Alaska (che fa molto selvaggio, anche se non ci sono mai stato). Con le condizioni che stavo trovando, pensai di andare alla bocchetta del Kastel, dove avrei fatto di certo una bella sciata, nella neve vergine, vista l’assenza di tracce.

Il cielo cominciò a velarsi, tingendo tutto di bianco e nero, e circondando il pallido sole di dicembre da un alone che pareva un’aureola. Faceva freddo, ma quel freddo che non dà fastidio muovendosi di buon ritmo.

Il canalone che porta alla bocchetta era in condizioni perfette, la neve aveva la giusta consistenza per salire senza troppo sforzo, e già pregustavo le curve che avrei fatto in discesa.

Non ricordo l’ora in cui arrivai alla bocchetta del Kastel. Mi fermai, godendo del panorama verso la Svizzera e per riprendere fiato, l’aria fredda bruciava nei polmoni. Stavo bene.

Dalla bocchetta, con un traverso si raggiunge il ghiaccio del Basodino, ma quel traverso non è da prendere sotto gamba, con la neve invernale, e soprattutto se si è soli. Comunque ero arrivato fin lì, avevo fatto una bella gita, potevo ritenermi soddisfatto. La mia testa però mi diceva che il traverso era in condizioni eccezionali. Pensai all’improvviso ai negozi pieni, alle famiglie che si preparavano per le cene e i pranzi di quei giorni e alle ultime frenetiche compere. Quanto ero lontano da tutto quel da farsi?

Senza pensarci troppo, tracciai il traverso verso il ghiacciaio, sul versante elvetico della montagna e continuai verso la cima, in una solitudine ancora più profonda, a pochi chilometri in linea d’aria dai paesi del fondo valle.

La prima parte di ghiacciaio presenta qualche crepaccio ed è meglio salirlo sulla destra appena sotto le pareti rocciose. Se nella prima parte la neve era bella, in quel tratto era semplicemente fantastica. Salivo in fretta, e in meno di un’ora arrivai alla cresta terminale. Essendo partito da casa senza una meta, non avevo con me i ramponi, ma le condizioni erano perfette, mollai gli sci e camminai verso la cima del monte Basodino, aggirando qualche roccia e stando attendo a rimanere sulla neve più consistente.

L’arrivo in cima non fu solo il giro di boa, il momento in cui finisce la salita e comincia la discesa, ma fu uno dei modi migliori per vivere il mio Natale. Non era la prima volta che salivo su quella cima e ci sono stato molte altre volte, ma quella del 2003 la ricordo con maggiore affetto.

Tornato agli sci, tolsi le pelli di foca, allacciai ben stretti gli scarponi e cominciai a sciare su una neve incredibile. Soffice e veloce allo stesso tempo. Non rimisi le pelli per tornare alla bocchetta del Kastel, ma spinsi facendo un po’ di scaletta. Senza guardare l’orologio, intuivo che doveva essere pomeriggio, l’aria era frizzante e il sole stava girando verso ovest e io dovevo scendere, andare a casa, lavarmi e guidare fino a Novara, dove mia zia avrebbe servito una cena di pesce divina.

Senza più fermarmi, scesi nel canalone, lasciai correre gli sci sul falso piano dell’alpe Kastel e pattinai sul primo pezzo di strada battuto dal gatto delle nevi.

In quel tratto, una sera dell’estate 1997, il mio amico Luca aveva mangiato una scatoletta di tonno, bevendo l’olio con golosità. Eravamo pastori insieme e le vacche pascolavano tranquille, dopo la mungitura del pomeriggio. Ogni volta che passo da lì, ancora oggi, mi viene in mente la scena: Luca seduto a bordo della sterrata che mangia e sorride soddisfatto.

Quel giorno, con i ricordi che mi passavano davanti agli occhi come la pellicola di un film, vidi le case di Riale e capii davvero quale senso poter dare al mio Natale. Scesi su terreno più ripido e arrivai alla pista di fondo e al parcheggio.

Mentre mi toglievo gli scarponi, passò una persona che già conoscevo, fermò l’auto e mi chiese da dove arrivavo. Naturalmente gli sembrava strano che andassi con gli sci proprio quel giorno.

“Alla bocchetta del Kastel” fu la mia risposta, non volevo condividere con nessuno la mia giornata e la perfetta gita al Basodino di quella vigilia di Natale che resterà nella mia memoria per sempre.

 

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